Quante indicazioni deve dare un bravo insegnante di Hatha Yoga?

Perché dai poche indicazioni durante la pratica? È meglio darne poche? Darne molte? Essere invisibili. Dipendenza o rapporto di crescita?
Spesso gli allievi che partecipano ai corsi di formazione che tengo per l’insegnamento dell’Hatha Yoga rimangono un po’ smarriti dal mio stile di insegnamento. Molti vengono da esperienze precedenti con l’Hatha Yoga e quello che notano del mio stile e li colpisce è il fatto che io non do molte indicazioni.

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Pensiamo, giusto per esempio, allo stile di pratica fondato dal grande e venerabile Yogin Iyengar, dove ci si focalizza in modo pedissequo e quasi maniacale sulla posizione precisa che ogni distretto corporeo deve avere durante la pratica di un’Asana rispetto agli altri distretti. Il tutto si traduce in atteggiamenti, da parte dell’Insegnante, che naturalmente devono essere di profonda attenzione e pieni di molte indicazioni, cose alle quali l’allievo deve fare attenzione, comportando un forte carico cognitivo che spesso rischia di inficiare la piacevolezza della pratica delle Asana.
Io ho conosciuto la pratica Hatha Yoga attraverso gli insegnamenti della Maestra Guya Vichi e della sua Scuola. Qui lo stile di pratica è proprio uno stile in cui non ci si carica di informazioni. Questo stile è stato ciò che mi ha permesso di conoscere la pratica Hatha Yoga innanzitutto come qualcosa di estremamente piacevole. La mia pratica è maturata, fino al punto in cui ho deciso di intraprendere il percorso formativo e di crescita della scuola per diventare insegnante di Hatha Yoga.

Io ho fiducia nelle Asana e ho fiducia nell’Hatha Yoga.

Il mio personale punto di vista sulla quantità di indicazioni da dare e di cui fare tesoro è stata la prima linea di ricerca che mi ha impegnato come insegnante di Hatha Yoga. È stata la scintilla che mi ha portato a ristudiare i grandi testi classici della pratica Hatha Yoga: Geranda Samhita, Hatha Yoga Pradipika, Yoga Sutra.

Leggevo e rileggevo le dense parole di questi grandi libri e apprendevo sempre cose nuove, informazioni in più, concetti utili alla mia pratica personale e alla mia pratica di Insegnamento che andavano avanti parallelamente e, allo stesso tempo, il mio stile di insegnamento rimaneva sempre quello: nella pratica delle Asana fornivo ai miei allievi poche informazioni, quelle necessarie per assumere l’Asana e pratico insieme a loro.

Lo studio dei grandi classici continuava e, nel frattempo, si arricchiva di altri filoni di studio che riguardavano la psicologia, la psicofisiologia e l’anatomia. Ma continuavo a non trovare la risposta alla mia domanda iniziale: il bravo insegnante di Hatha Yoga quante informazioni deve fornire? La domanda rimaneva sospesa e ferma, il mio stile rimaneva quello di sempre: poche indicazioni, però qualcosa iniziava a cambiare: la prima cosa che notai era che

non si evolveva la quantità di informazioni che fornivo ai miei allievi durante la pratica ma la qualità di quelle poche informazioni: esse diventavano sempre più precise, la descrizione del movimento da fare e di dove posizionare i distretti corporei si appoggiava sempre di più sulla mia conoscenza anatomica e biomeccanica che stava crescendo. Lo studio che portavo (e porto tuttora!!) avanti alla ricerca della risposta alla mia domanda iniziale stava arricchendo la mia pratica e quella dei miei allievi.

La seconda cosa che accadde è collegata alla motivazione che aveva dettato la mia domanda di partenza: volevo conoscere la quantità giusta di informazioni e l’atteggiamento giusto perché la responsabilità dell’insegnamento del’Hatha Yoga è grande: ci si assume la responsabilità di guidare il percorso di crescita attraverso la pratica di questa disciplina e in te si deve accendere la scintilla del progresso, dell’evoluzione e dell’ampliamento della co(no)scienza. Tu, allievo, devi essere in grado, grazie al mio intervento, di praticare l’Asana perfetta. A questo punto arrivò il grande insegnamento dei testi classici. Un giorno ebbi un dubbio sulla pratica di una certa Asana e sul nome che ad essa era collegato: presi i miei bei libri e li sfogliai velocemente alla ricerca della raffigurazione dell’Asana che mi interessava…non riuscivo a trovarla, quindi ancora, sfogliavo le pagine velocemente, finché fui costretto a sfogliarle lentamente e a fare attenzione alle parole che trovavo scritte per trovare la descrizione dell’Asana. Mentre facevo questa ricerca arrivò l’intuizione:

i grandi testi classici non riportano nessuna raffigurazione delle Asana! Riportano la descrizione delle operazioni da praticare per assumerla. La risposta alla mia domanda iniziale non era in ciò che è presente nei grandi testi classici della cultura Yoga ma in ciò che è assente.

L’Asana, nel mio stile di pratica, non è vista come un’icona, una raffigurazione da riprodurre fedelmente per come viene mostrata. Non c’è niente fuori da me che io debba guardare e riprodurre pedissequamente. Lo sguardo è rivolto dentro di me, è l’atteggiamento Pratyara che è asse centrale della pratica Hatha Yoga.
Su queste basi ha preso le mosse la mia riflessione di base ed è iniziata una nuova stagione dei miei studi. Nelle mie letture mi era sfuggito che Patanjali, con la sua magistrale chiarezza e limpidezza aveva scritto la risposta alla mia domanda, era stata lì sotto i miei occhi tutte le mille volte che avevo scorso, studiato e letto gli Yoga-Sutra:

“Si acquisisce la perfezione in un’Asana

quando cessa lo sforzo per realizzarla e si raggiunge

l’essere infinito che è in noi. Da questo momento l’aspirante non è più turbato dai dualismi”.

Patanjali, II° – 47, 48.

Non sento di esagerare affermando che in queste tre righe è condensato tutto il percorso di crescita che si esplica attraverso la pratica dell’Hatha Yoga e come metterlo in pratica. Dal momento in cui sono riuscito a comprendere, a prendere con me, i due aforismi sopracitati di Patanjali, la mia pratica si è evoluta insieme al mio stile di insegnamento. Ho smesso di cercare la posizione perfetta del mignolo del piede sinistro rispetto alla punta del quarto capello a partire dal lato destro della fronte e ho iniziato a guardare i visi dei miei allievi e a sentire e acuire la percezione della mia condizione durante la mia pratica delle Asana.

Io e miei allievi stavamo praticando le Asana in modo quasi perfetto, siamo sulla buona strada!

Lo sforzo nella nostra pratica diminuisce ogni volta che ci incontriamo.

Questo significa che io ho ragione e gli altri stili di pratica sono nell’errore? Assolutamente no! Spesso la nostra mentalità occidentale, basata sul dualismo, fondata sulla competizione e la sopraffazione dell’altro ci porta a leggere le cose sempre nell’ottica della ricerca dell’ “unica buona prassi” di origine positivista. In verità la cultura dello Yoga ha preceduto le teorizzazioni a cui stiamo arrivando adesso dove si inizia a pensare la complessità e l’inconsistenza della conoscenza oggettiva.

Non esiste uno stile di pratica corretto e uno stile sbagliato perché:

lo stile di pratica nasce dalla ricerca mentre si applicano gli strumenti dello Yoga.

Quindi, potremmo affermare che esistono altrettanti stili di pratica quanti sono i praticanti stessi. Il parametro che Patanjali fissa per la valutazione della perfezione dell’Asana non è niente di oggettivo, anzi è totalmente l’opposto dell’oggettività: Patanjali ci dice che l’Asana che stiamo praticando sarà perfetta quando non avremo più la sensazione di sforzo….e non esiste nessuno fuori da me stesso che mi possa dire se quel momento è arrivato, può esistere la sensibilità di colui che mi guida nella pratica, che si sofferma a guardare il mio viso, i miei occhi, ascolta il mio respiro insieme a me e, facendo questo, mi aiuta a raccogliere i dati della mia ricerca per sentire se sto praticando in modo perfetto.
L’Asana è uno strumento di ricerca, non è un punto di arrivo, è una strada da percorrere. Il mio compito come insegnante di Hatha Yoga è quello di accompagnare i miei allievi lungo questa strada. Ma la strada non è uguale per tutti. Se io fornissi migliaia di informazioni non lascerei lo spazio alla ricerca personale dei praticanti. Fornirei loro delle indicazioni sicuramente utili per una pratica delle Asana “iconicamente” perfetta. Ma segnerei un sentiero quasi obbligato che porta direttamente alla meta senza potersi soffermare una volta a guardare dal finestrino.
Ma, il dubbio è questo: quelle informazioni le devo dare io o sono informazioni che il praticante deve trovare da solo durante la sua pratica? La mia pratica, come accennavo in precedenza, è stata sempre caratterizzata dalla guida delicata dei miei maestri. Non ho mai ricevuto molte informazioni, ma quello che ho imparato ad apprezzare è l’appoggio che ho ricevuto lungo il mio percorso di ricerca. Non ho mai avuto le risposte, ma ho sempre ricevuto l’aiuto nella formulazione della domanda che nel momento preciso della mia ricerca mi stava impegnando. Dare informazioni troppo particolareggiate sulla pratica dell’Asana per me equivale a fornire risposte, non aiutare il praticante a formulare nel modo corretto le sue domande. Chi sono io per predeterminare la ricerca interiore di qualcuno? Perché di questo stiamo parlando, l’Asana è uno strumento di ricerca, di per sé. L’Asana per come ce la raccontano i Testi classici e le loro descrizioni dell’Asana non sono prolisse e piene di informazioni, semplicemente descrivono le poche informazioni necessarie per assumere l’Asana, stop! A quel punto inizia l’azione dell’Asana, il praticante si allena a stare fermo nel presente e a respirare nel modo corretto, questo allenamento isometrico porterà lentamente ad una redistribuzione del tono muscolare, permettendo ai distretti in ipertono e a quelli in ipotono di tornare ad una condizione tonica ottimale. Questa ri-sincronizzazione di tono permette lentamente l’aumento del ROM articolare portando agli aggiustamenti che lentamente permetteranno di mantenere l’Asana con il minore sforzo possibile perchè metabolicamente la richiesta torna al livello ottimale e le strutture si adattano.
Questo è il percorso che, a mio avviso, il bravo insegnante di Hatha Yoga deve saper assecondare. Insegnare l’Hatha Yoga significa guidare il praticante lungo la pratica delle Asana, essere pronto a fornire le indicazioni, informazioni e regole che servono nel momento presente.

Non va dimenticata qual’è la prima parola degli Yoga-Sutra: “Ora”: tutto il sistema Yoga e l’Hatha Yoga nello specifico, sono strumenti che si basano sulla presa di contatto con la consapevolezza del momento presente e riportare, grazie all’allenamento, questa consapevolezza, in ogni momento della nostra vita quotidiana. Questa è la regola d’oro e chi insegna non ne è esente! Se io mi concentrassi sulla posizione della gamba e notassi e facessi notare che la sua posizione non è perfettamente allineata per come viene prescritto, ecc, ecc, è vero che mi concentrerei su dati che fanno parte del presente, ma su dati esterni e il rischio delle mie indicazioni, date in questa direzione, sarebbe quello di farle apparire come degli aggiustamenti etero-indotti.
Il mio stile di insegnamento si fonda su un altro principio di base: quello di guidare il praticante perché gradualmente in lui, dal suo “dentro”, possa fiorire l’aggiustamento necessario, in questo modo lo Yogin sentirà quell’aggiustamento come profondamente suo e l’aggiustamento avrà una via preferenziale verso il funzionamento sottocorticale e quindi inconsapevole e si instaurerà fortemente come alternativa più funzionale.
Le uniche occasioni in cui io consiglio correzioni sono tutti i casi in cui una Asana viene praticata in modo da costituire un rischio per l’incolumità del praticante e quelle occasioni in cui appare totalmente fraintesa l’Asana.

©Roberto Tricoli – Yoga laico
Opera tutelata e depositata su www.patamu.com con numero licenza 15318

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